RADIOFRECCIA di Luciano Ligabue (1998)

, Grandi Esordi

Radiofreccia_opereprime.org1Nel 1998 Luciano Ligabue decide di saltare dal palco al grande schermo e firma la sceneggiatura e la regia di Radiofreccia, film tratto dal suo libro “Fuori e dentro il borgo”. E’ la notte del 20 giugno 1993, tra qualche ora Radiofreccia compirà il suo diciottesimo compleanno, ma Bruno, speaker e creatore della radio, ha deciso di chiuderla definitivamente proprio quella sera, un minuto prima della mezzanotte. Prima che ciò avvenga, tuttavia,  il deejay racconta ai suoi ascoltatori la storia della radio, storia strettamente legata alla vita di Bruno e a quella dei suoi amici. Inizia perciò un lungo flashback che ci porta al 1975 e ci presenta i personaggi, tra i quali spicca Freccia che, come si evince dal nome della radio, sarà il protagonista di questo racconto. Il film è dominato dalla malinconia e dalla nostalgia per qualcosa che non c’è più. Non ci sono più gli anni 70 e le sue canzoni, non c’è più Freccia, la cui morte per overdose ci viene fatta presente fin dall’inizio del film, non ci sono più le radio libere e, a breve, non ci sarà più neanche Radiofreccia. Come conferma lo stesso Ligabue la musica ha un ruolo centrale nel film, non ci si potrebbe aspettare di meno da un cantante e musicista come lui che, per altro, firma anche la colonna sonora. Con l’espediente della radio ascoltiamo le canzoni più significative degli anni 70, quelle maggiormente proposte dalle radio libere e quelle che, sicuramente, segnano di più il gruppo di amici. E’ il caso di “Rebel Rebel” di David Bowie, “The Passenger” di Iggy Pop e “Sweet Home Alabama” dei Lynyrd Skynyrd. Ligabue omaggia anche Francesco Guccini, che nel film interpreta Adolfo (barista, amico, allenatore della squadra del paese e promotore delle radio libere), con la sua canzone “Incontro”. Radiofreccia_opereprime.org2Le tematiche toccate dal film sono forti: droga, amori difficili, abusi sessuali, padri violenti, tradimenti e morte, ma spesso sono presentate più come espediente narrativo che come problema reale, e perciò finiscono per essere sottovalutate e impoverite. E’ come se il regista dovesse inserire obbligatoriamente alcuni temi, senza però saperli trattare con la dovuta profondità. Accanto a personaggi complessi e ben riusciti, come quello di Freccia (ottima la recitazione di Stefano Accorsi, premiato anche con il David di Donatello) e Tito (intensa la scena in cui, dopo aver quasi ucciso il padre, si sdraia sull’erba in posizione fetale e piange), ce ne sono altri più piatti e troppo stereotipati, come Boris lo stronzo o Iena il timido. Buono il finale, la radio si chiude con la voce di Freccia; poi, con l’ultima inquadratura, ci viene restituito lo stesso Freccia, tra due fuochi, mentre si porta le mani alle orecchie. La sua figura e la sua voce spariscono, lasciando spazio alle note di “Ho perso le parole”, colonna sonora dei titoli di coda. Un film buono, non eccellente, ma sicuramente un’ottima opera prima per un uomo di spettacolo al primo contatto con il mondo del cinema.

 

di Alice Romani

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