TRUMAN CAPOTE – A SANGUE FREDDO di Bennett Miller (2005)

Truman Capote_opereprime.org1Truman Capote, famoso scrittore e sceneggiatore, rimane colpito da un articolo di giornale sul brutale omicidio di una famiglia in Kansas e decide di scrivere un articolo sulle reazioni che l’evento ha provocato nella piccola comunità agricola. Parte quindi per la cittadina, facendosi accompagnare dall’amica e scrittrice Harper “Nell” Lee (autrice de “Il buio oltre la siepe”), più abile di lui nell’avvicinarsi alle persone e prendere contatto con loro. Per quanto amato dal jet set newyorkese, Capote è un outsider in Kansas, una sorta di alieno a cui nessuno vuole rivolgere la parola e che si limita ad osservare a distanza mentre l’amica Lee si fa raccontare gli eventi. Ma sarà proprio questo suo essere diverso a permettergli di avvicinarsi a uno dei due mostri. L’incontro con la comunità e poi con i due responsabili dell’omicidio fa capire a Capote che la storia ha grandi potenzialità: non un semplice articolo, ma addirittura un libro in cui raccontare con tecniche da romanzo fatti realmente accaduti. Capote instaura un rapporto quasi fraterno con Perry, uno dei due assassini, poiché cresciuto in modo simile a lui ma con meno fortuna: “È come se io e lui fossimo cresciuti nella stessa casa. E un giorno lui è uscito dalla porta sul retro e io da quella davanti”. Ecco che allora Capote inizia a volerlo raccontare non più come un mostro ma come un essere umano, una persona autentica. Le cose da raccontare aumentano, il libro comincia a prendere corpo e di conseguenza ad acquisire importanza e a catturare l’attenzione del pubblico. Truman Capote_opereprime.org2Perry finisce con il diventare uno strumento alla mercé di Capote, che non vede l’ora che i due criminali siano giustiziati per poter concludere il suo lavoro. Ben presto Capote si rende conto di star approfittando di Perry, mentendogli fin quando questi non scopre la verità, ovvero che al libro manca solo la fine, la parte dell’esecuzione. La scena del confronto nella cella tra i due è la parte forse più bella di tutto il film: Capote se l’è cavata fino a quel momento, giocando molto sul suo essere personaggio ma è messo al muro dal criminale. Tutta quanta la drammaticità del momento viene espressa dall’incredibile interpretazione di Philip Seymour Hoffman, splendido non solo per la perfezione delle mimiche ma soprattutto per la capacità di riproporre il tono molto particolare della voce di Capote: lo scrittore non si muove, non dice nulla eppure riesce ad esprimere uno spettro incredibile di sensazioni che colpiscono allo stomaco ed al cuore lo spettatore. Un biopic che non vuole assolutamente raccontare la biografia di Truman Capote bensì un momento ben preciso della sua vita: la sceneggiatura di Dan Futterman si concentra sulla genesi di “A sangue freddo” e la regia di Miller è oggettiva, il più veritiera possibile e molto curata, come il lavoro di Capote: narra i fatti così come sono, nella loro essenzialità e tutte le sfumature della vicenda, anche le più impercettibili, vengono lasciate nelle mani degli abilissimi interpreti.

 

di Beatrice Bosotti

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