IL BAMBINO DI VETRO di Federico Cruciani (2016)

, Opere Prime

Il Bambino di Vetro_opereprime.org1Palermo, oggi. A dieci anni, Giovanni è un bambino che vede ancora nei suoi genitori – in particolar modo nel padre – delle figure modello cui potersi ispirare; ma qualcosa rompe l’incanto e lo costringe a guardare il mondo con nuovi occhi da adulto: scopre, infatti, l’imperfezione di una famiglia – la sua, ma non solo – e una violenza permanente contro cui non esiste protezione. Fin dall’inizio del film, è ben chiaro il contesto in cui Giovanni (Vincenzo Ragusa) si trova a crescere: suo padre, Vincenzo Vetro (Paolo Briguglia), apparentemente un lavoratore al mercato ittico, è in realtà un corriere della droga al servizio della criminalità organizzata. Tuttavia, è ancora troppo incantato da luci che sanno di magico e personaggi strani dalla pelle tatuata per capire. La bolla di vetro in cui, fino a quel momento, aveva vissuto protetto, si infrange a poco a poco: telefonate minatorie, faide, la tensione crescente in famiglia… Giovanni prova a mettere insieme i pezzi del puzzle e comincia a sospettare della perfezione di suo padre e delle cose che gli stanno attorno; cercando di fare luce su ciò che non gli torna, egli vive i traumi che formeranno la sua personalità. Il bambino di vetro racconta di un momento delicato dell’infanzia, calato in una situazione particolare eppure universalizzato dalle reazioni emotive di un bambino che fa a botte con i compagni di scuola o tenta di comportarsi ‘da grande’ Il Bambino di Vetro_opereprime.org2di fronte agli adulti. Federico Cruciani sceglie di narrarlo – nella fredda cornice di palazzi ingrigiti e quartieri spogli – utilizzando il dialetto siciliano (sottotitolato) e con salti narrativi che, nella loro complessità, esprimono la fatica di un ragazzino a concepire certe dinamiche. In generale, il suo è un esordio che, nei suoi squilibri, merita ugualmente attenzione, se non altro per l’ambizione realistica di voler sposare la crudeltà di un mondo reale – quello siciliano – con quella di un passaggio esistenziale inevitabile. Attraverso la capacità empatica che emerge da ogni scena, il regista è in grado di raccontare un’infanzia vissuta per le vie di Palermo, diversa dalle altre, ma non troppo.

 

di Cristina Morra

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