SALVO di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza (2013)

, Grandi Esordi

Salvo_opereprime.org1Salvo è un killer al servizio di un boss mafioso latitante. Un giorno, i due sventano un agguato e Salvo si incarica di scoprire e giustiziare il mandante: si introduce, perciò, nel suo appartamento e qui incontra la sorella Rita, cieca dalla nascita, che non lo vede ma avverte la sua presenza. Salvo è consapevole del fatto che dovrà uccidere anche lei per eliminare tutti i testimoni, tuttavia un fatto lo blocca e lo porta a sperimentare un’altra direzione: sembra, infatti, che toccandole gli occhi, lei riesca a riacquistare la vista; decide, perciò, di rapirla e di accudirla, imparando così ad essere rispettato in virtù della sua bontà e non della sua forza. In un’atmosfera che ibrida assieme la lentezza di un noir e la tensione di un western, Salvo si apre con uno sguardo, quello del suo protagonista (Saleh Bakri nel ruolo di Salvo): una valigia aperta sulla sedia, la carta da parati consumata di una stanza buia, e due occhi tristi che sbirciano l’esterno dalle veneziane. Non se ne conosce l’aspetto, né il nome (questo addirittura si scopre solo alla fine del film), solo la solitudine dettata da uno stile di vita che costringe a mantenere un profilo basso e a terrorizzare gli altri. E poi si incontra un’altra solitudine – quella di Rita (Sara Serraiocco) –, che trova pace solo ascoltando a ripetizione la stessa canzone. I due entrano in collisione e si sentono disturbati l’uno dall’altra, eppure anche attratti: stando insieme, scoprono, infatti, nuove prospettive – la possibilità di affezionarsi a qualcuno per lui, un’indipendenza nuova per lei – che forse all’inizio spaventano, ma cui poi è inevitabile lasciarsi andare. La conquista della vista, di uno sguardo nuovo sulle cose, da parte di Rita diventa, così, metafora di un percorso che vivono entrambi. Salvo_opereprime.org2Il film è privo di una colonna sonora (c’è solamente la canzone Arriverà dei Modà che ritorna ogni tanto) e poverissimo di dialoghi; ma è ugualmente forte, solido, nella sua esistenza fatta di sguardi ora angosciati, ora innocenti e, soprattutto, di rumori: respiri affannosi, un cane che abbaia, i motorini, una ragazza che urla disperata… Niente è senza significato, ogni sospiro è una leva che muove qualcosa nella sensibilità dei personaggi. Essi, quando non possono comunicare tra loro, sembrano essere incastrati in un meccanismo per cui quando uno di loro si mostra, l’altro deve sparire e ciò viene efficacemente mostrato da inquadrature intelligenti e senza incertezze. Affascinante e straziante allo stesso tempo, Salvo è dunque un film  in cui i due registi, Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, decidono di parlare per simboli: la semplicità di sedere a tavola con un’altra persona condividendo una scatoletta di tonno, la dichiarazione della propria libertà nello stringere la mano ad un amico che muore.

 

di Cristina Morra

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