MUFFA di Ali Aydin (2013)

Muffa_opereprime.org1Il protagonista di Muffa è Basri, un uomo sui sessant’anni che vive in un piccolo paese dell’Anatolia, dove lavora come guardiano di ferrovie. Basri è un padre, ma suo figlio è scomparso 18 anni prima in seguito a un arresto ad Istanbul, dove frequentava l’università: da quel giorno invia lettere ogni mese al Ministero degli Interni e alla Polizia chiedendo di restituirgli suo figlio. L’uomo non è riuscito mai ad ottenere risposte dal paese e dalle forze dell’ordine, anzi, come lascia intendere durante un colloquio con il nuovo commissario, gli è capitato anche di subire violenze intimidatorie da parte loro. Il regista, Ali Aydin, racconta una vicenda che richiama i numerosi arresti e sparizioni di persone avvenute ad opera dell’esercito turco all’inizio degli anni Novanta, violenze organizzate dallo Stato al fine di liberarsi delle opinioni avverse ad un regime di estrema destra. Quella di Basri è una battaglia muta, sotterranea, privata. E’ la denuncia silenziosa di uno Stato omertoso, in un paese dove non si può gridare; soltanto il nuovo commissario sembrerà ascoltare Basri, sebbene la sua posizione gli imponga di rimanere quanto più distaccato possibile dalla vicenda dell’uomo. Muffa è un film sull’attesa e le scelte registiche sono pensate per trasportare l’angoscia e l’apprensione nell’animo dello spettatore: le inquadrature fisse e di lunga durata, i campi larghi scanditi dai passi di Basri in un paesaggio “antico”, i dialoghi rari e concisi; l’intero film porta gradualmente lo spettatore ad attendere qualcosa, qualcosa che non gli appartiene ma non può fare a meno di aspettarsi. Muffa_opereprime.org2Aydin racconta l’esistenza di un uomo solo, che, come Basri stesso dice al commissario  di polizia, è rimasto in vita nonostante la morte dei fratelli e della moglie, nonostante l’itterite che lo colpì in servizio militare, nonostante l’epilessia. Basri sa di essere un “sopravvissuto” e fa dell’attesa del figlio l’unica ragione per portare avanti la quotidianità monotona e stanca di ogni giorno. Con un linguaggio della tecnica di ripresa, che esalta elementi considerati marginali ma in realtà dei preziosismi molto ben riusciti (trasfocature e piani di fuoco), l’opera prima di Aydin è un racconto dove la storia di un uomo qualunque fa da contorno a ondate di forte emotività, a un contatto esistenziale con la dimensione della solitudine, della speranza, della morte.

di Daria Marcon

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