TANO DA MORIRE di Roberta Torre (1997)

, Grandi Esordi

Tano da morire_opereprime.org1Roberta Torre raggiunge il grande successo grazie al suo primo lungometraggio Tano da morire,  un musical originale e grottesco che ironizza sulla mafia e in specifico sulla storia vera di Tano Guardasi, mafioso di Palermo ucciso dai corleonesi nel 1968. Bisogna ammirare la regista milanese per il suo coraggio, che permette allo spettatore di ridere su tabù italiani e su argomenti di cui è sempre stato “vietato” ridere, come la mafia. Tano da morire è, quindi, un musical sulla mafia in cui chi recita, canta e balla sono attori non professionisti presi dalle vere strade di Palermo e chi compone le canzoni per loro è un Nino D’Angelo non ancora famoso. Con le sue svariate soluzioni visive (soggettive del cadavere Tano, i stop frame e i ralenty) il film ci mostra come la Torre sia abile nello sperimentare i più disparati usi del linguaggio cinematografico, e come, senza la musica di Nino D’Angelo, sarebbe stato ricordato come una delle pellicole più trash della storia del cinema italiano. La regista sperimenta un mix tra musical teatrale, fiction, documentario e reportage giornalistico. I giochi di luce, gli effetti a spirale, l’uso di illuminazioni al neon sospese, i costumi che ricordano gli anni settanta, gli occhi illuminati dei teschi che ballano sullo schermo e la accelerazione mista a deformazione dell’immagine fanno sì che lo stile dominante del musical sia quello pop. Lo stile pop e il genere musicale permettono sia alla scenografia e al direttore della fotografia, un Daniele Ciprì ancora giovane, di lavorare sulla composizione dell’inquadratura, privilegiando quelle frontali tipicamente teatrali.  Tano da morire_opereprime.org2Infatti, come al teatro, anche nel film le luci fanno apparire e sparire i personaggi. Il successo del film deve molto a Nino D’Angelo capace di spaziare dalla musica pop alla disco music, dalla techno al rock’n’roll, dalla samba al rap. Fatto piuttosto curioso: nonostante la storia sia ambientata a Palermo e narri cronache prettamente siciliane, tutte le canzoni sono cantante in dialetto napoletano. La Torre, scherzando sui codici di Cosa Nostra, intraprende una vera e propria lezione di retorica sull’argomento mafia; per fare un esempio, la regista mostra il rito del bacio tra i boss come un bacio omosessuale oppure la cerimonia di affiliazione come una grande festa dove i picciotti ballano e si baciano.  Il film fu molto apprezzato sia dal pubblico che dalla critica cinematografica, tanto da far valere alla sua autrice il “Premio Luigi De Laurentiis” per la sezione Grandi Esordi durante la Settimana della Critica dell’edizione del 1997 del Festival di Venezia.

 

di Clarice Di Faustino

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