MONTEDORO di Antonello Faretta (2016)

, Opere Prime

Una donna americana, di mezza età dopo la morte dei suoi genitori scopre le sue vere origini. In preda ad una profonda crisi d’identità decide di mettersi in viaggio per il Sud Italia, in un remoto piccolo paese, Montedoro, con la speranza di riabbracciare la madre naturale mai conosciuta. L’incipit del film vede la protagonista, nonché la vera protagonista della storia, seduta nel treno che osserva il paesaggio scorrere da dietro un grande finestrino-schermo, come un dispositivo onirico trasporta la donna in una dimensione altra, lontana dal reale, inconscia, popolata dai fantasmi del passato, che fanno parte della sua storia familiare, mi ricorda in particolare “Il silenzio” di Bergman. Il suo arrivo la pone davanti ad uno scenario apocalittico, un paese fantasma, abbandonato in seguito ad una frana cinquanta anni fa, arroccato su una maestosa collina. L’incontro con alcuni abitanti del luogo che non hanno mai voluto lasciarlo, guideranno la protagonista in un magico viaggio nel tempo e nella memoria, in un’antica comunità estinta che rivivrà per un ultima volta. Questo film segna l’esordio alla regia di Antonella Faretta, che in questa regione c’è nato. Un film con una struttura narrativa che parte da un evento e da un personaggio reale che vive in prima persona questa ricostruzione davanti la macchina da presa. Racconta di un territorio al confine tra documentario e finzione, con immagini cariche di un immaginario onirico-simbolico, dal carattere quasi antropologico, etnografico, che sarebbe piaciuto ad un grande studioso del Sud Italia come De Martino.. Un film astratto, dove il paesaggiMontedoro_recensione1_opereprimeo non fa da sfondo, ma è un protagonista, irruento, invadente. I dialoghi sono quasi assenti, le uniche parole sono recitate nel dialetto del posto e in inglese dalla protagonista, fondendosi insieme fino a sembrare la stessa lingua. I sentimenti che sembrano prevalere negli occhi di chi guarda è una profonda angoscia, tristezza, abbandono, solitudine e silenzio dei luoghi, delle persone. Faretta unisce  immagini di repertorio al film fondendoli insieme, dimostra un attenzione e una sensibilità per i luoghi e gli eventi, un film quasi realista, che ci riporta alla memoria immagini dei film di Pasolini e Rossellini.. Montedoro è una riflessione sul dispositivo, un opera sospesa tra vita reale e finzione, che oltrepassa ogni codice e regola, sembra quasi indicarci una nuova strada del futuro. La macchina da presa ci accompagna dall’inizio alla fine in questo viaggio tra presente e passato. Un film fatto di pietre, di corpi, di macerie reali e interiori. I volti delle persone ci riportano indietro nel tempo, ad un teatro e ad una frontalità tipica di Bergman. Nelle parole del tassista, l’attore Joe Capalbo, “il brutto si sta mangiando quanto rimane del bello”, ritroviamo una riflessione sulla società attuale e sulla sofferenza di una terra sfruttata per il suo oro nero.

di Rosa Antonella Cannata

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