RE DELLA TERRA SELVAGGIA di Behn Zeitlin (2012)

redellaterraselvaggia_opereprime.org_1Hushpuppy è una bambina di sei anni e vive con il padre in una landa fluviale della Louisiana; lei e la sua comunità la chiamano “ Grande vasca”, essendo spesso colpita da alluvioni e da conseguenti innalzamenti delle acque. In seguito all’ultimo uragano, il padre scopre di avere una malattia molto grave: sente, perciò, l’esigenza di preparare la figlia a cavarsela da sola e a rimanere sempre fedele alla loro difficile terra natale. “Re della terra selvaggia” è un film che lascia senza parole: delicato e brutale allo stesso tempo, esso parte in un modo – non troppo interessante, pure un po’ confuso a dirla tutta – e finisce in un altro, per cui si rimane incantati di fronte allo schermo a leggere i titoli di coda e a valutare la possibilità di rimetterlo da capo. Fin dall’inizio si è catapultati nel mondo quasi distopico eppure fortemente reale di Hushpuppy (Quvenzhané Wallis, che nell’occasione divenne la più giovane attrice ad ottenere la nomination agli Oscars come migliore attrice protagonista, aveva solo nove anni): è lei a raccontare ciò che è importante sapere per sopravvivere nella savana acquatica da lei chiamata casa, lasciandosi andare pure – come è normale che sia per una bambina – a suggestioni del passato e sogni per il futuro. L’ambigua conflittualità che caratterizza il rapporto con il padre – burbero eppure disposto a qualsiasi cosa redellaterraselvaggia_opereprime.org2per la figlia – viene descritta attraverso dialoghi stringati, talvolta complicati da inquadrare per via di salti logici che sottendono a una complicità segreta, e, soprattutto, da sguardi di sfida dalla carica emotiva travolgente; parallelamente, appianano la tensione gli sporadici ricordi materni, rivestiti di un lirismo quasi onirico. Le vicende si susseguono rapidissime – passando da feste con musica folk a paesaggi post-apocalittici, da attentati alle dighe del mondo civilizzato a gite verso una petroliera -, scandite solo da corse selvagge di animali preistorici, forse una materializzazione delle paure di una bimba cui non è concesso piangere. Il tutto senza ben comprendere verso dove si stia andando o a cosa si stia assistendo, è un vortice che, anziché infastidire, magicamente incanta e stupisce: aldilà della bellezza della fotografia, infatti, è innegabile il fascino suscitato da questo mondo fantastico eppure vero, una parentesi di spirituale contatto con la natura ai confini della civiltà; nonché dalla sensibilità con cui viene costruito il personaggio di Hushpuppy. Il film è tratto dalla pièce teatrale “Juicy and Delicious” di Lucy Alibar, amica di vecchia data del regista. Ciò che sorprende, guardando alla qualità del risultato e al successo ottenuto sulla scena internazionale, è il budget con cui esso venne girato: essendo piuttosto limitato, Behn Zeitlin fu costretto, tra le altre cose, a ricorrere – ora possiamo dirlo: fortunatamente! – ad un cast di attori non professionisti.

di Cristina Morra

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