Quando la colonna sonora personalizza un esordio

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Sulla scorta del meritatissimo Oscar al nostro connazionale d’eccezione per l’ultimo “Hateful Eight” di Tarantino, Ennio Morricone, non potevamo precluderci una maggiore argomentazione circa il rapporto tra gli esordi nostrani e le musiche che, in parte, contribuiscono a denotare il loro stile. Essendo l’opera prima di Mainetti, “Lo chiamavano Jeeg Robot”, il film che negli ultimi giorni sta facendo parlare di sé, è irrinunciabile aprire una parentesi sul lavoro svolto da Michele Braga e dallo stesso regista, formazione già vincente, visto il modesto successo di critica e pubblico, nel precedente “Basette” (2008). Commentando una delle sequenze più suggestive del film, quella in cui Ceccotti scopre di avere superpoteri nel suo truce microcosmo camera-cucina-bagno, Mainetti stesso riconosce il forte impatto emotivo del momento. Difficile immaginare risultato equamente incisivo se, a sostenere la potenze delle inquadrature, non vi fossero stati i pimpanti e progressivi bassi ad accompagnare. Oltre alla notevole esecuzione tecnica che, a tratti, omaggia un uso vintage del synth, c’è anche una sorprendente scelta dei brani (da “Non sono una signora” della Bertè allo straordinario riadattamento de “Un’emozione da poco” di Anna Oxa, cui va dato merito all’istrionica performance di un Marinelli dalla sgargiante parrucca mullet). Il tutto senza nulla togliere alla prova vocale di Santamaria che segue i titoli di coda: un intenso reboot della sigla oramai entrata nella memoria pubblica. Un tributo ben confezionato all’epoca di “Bim Bum Bam” e “Buona Domenica”. Insomma, da esordiente non ci si poteva attendere maggior cura a riguardo, anzi. Fino a prova contraria, la preziosa formazione da pianista elettropop di Braga, da un lato, e l’estro citazionista di Mainetti, dall’altro, difficilmente non avrebbero avuto risvolti. C’è da chiedersi se, tra gli esordi, si possono annoverare sperimentalismi musicali altrettanto convincenti. Sposandosi tale sperimentalismo con la novità del film in sé, sembrerebbe difficile trovare dei degni pari. Ma se si va ad analizzare la mera pertinenza tra musica e contenuto filmico, di casi analoghi ne troviamo a iosa: come non dimenticare il fischiettio che guidava il debutto di Verdone in “Un sacco bello” (1980), film che a modo suo ha rimodulato la comicità italiana, o l’incidenza popolare nel tema de “L’uomo in più” (2001) di Sorrentino, cui si deve in parte una nuova modalità di approccio drammaturgico. Sorge spontanea a questo punto un’osservazione: possono le colonne sonore rispecchiare l’originalità di un’opera prima? Il fatto che Mainetti sia anzitutto una regista-compositore dovrebbe farci riflettere. L’ipotesi che i futuri protagonisti del cinema italiano possano lavorare sfruttando una maggiore consapevolezza musicale è più che stimolante.

di Francesco Milo Cordeschi

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