ABACUC di Luca Ferri (2015)

, Opere Prime

 Abacuc_opereprime.org1Abacuc, liberamente ispirato all’interprete Dario Bacis, è un omone del nord dalle rotonde fattezze felliniane che si bighellona per cimiteri, laghi, paesaggi ameni, casermoni e strade sterrate senza un particolare scopo. A smezzare il suo inerte pellegrinaggio saranno voci rarefatte fuori campo, le quali gli comunicheranno, con mestizia, la morte di Igor Stravinsky, o che chi è solito ascoltare musica jazz «eiacula precocemente». Nel frattempo, due raffigurazioni pittoriche di teschi umani si palleggiano un botta e risposta di assonanze in inglese e in italiano, accompagnati dal vociare cacofonico di diversi personaggi impressi in foto d’epoca e lapidi. Se la lezione dei grandi autori del passato (Buñuel, Godard, Antonioni e via discorrendo) è servita a qualcosa, quando il cinema arriva alle sue massime capacità di rappresentazione, è necessario porsi degli interrogativi sulle potenzialità linguistiche del mezzo. È il momento forse di più alta genuinità della settima arte: quello in cui, con estrema umiltà, riflette su se stessa tornando alla sua mera funzione di “riproducibilità tecnica”, per ammiccare a Walter Benjamin (la scelta del Super 8 è più che plausibile). L’errante quarantenne di 192 chili, dallo sguardo sorprendentemente versatile, presta la sua fisicità ad una pregevole ricerca di Abacuc_opereprime.org2stile: la varietà di luoghi esplorati e di parrucche indossate, quasi per effetto pavloviano, ne fanno da efficiente metafora. Le voci robotiche e automatizzate intervengono, quasi a mo’ di coro greco, per approfondire l’indagine sul suono e sulle sue molteplici potenzialità. Un film in cui, appellandosi ai primordi del cinema, Luca Ferri sfrutta dei topoi metalinguistici che fanno capo agli avanguardisti anni 20’ europei e d’oltreoceano (Dalì, Man Ray e Paul Strand) e toccano l’autorialità anni 60’. Il fatto che ciò venga da un esordiente è tanto ambizioso quanto ammirevole dal momento che registi, anche affermati, hanno riflettuto ben poco a riguardo. A dispetto delle “tirate d’orecchio” per eventuali eccessi di superbia, l’intento di fondo non è per cui da scartare. D’altronde, sempre per citare la lezione dei maestri del passato, il cinema è autoreferenziale quando vuole mettersi in discussione per concedersi a nuove realtà. Più che per la fotografia c’è da soffermarsi sul buon lavoro svolto per la colonna sonora, la quale alterna momenti minimali e mutismi repentini a riadattamenti sperimentali (“Una furtiva lagrima” da Elisir d’amor di Donizetti e “Ogni pena più spietata” di Pergolesi). Forse l’aspetto più in sintonia col contenuto: la continua e spasmodica ricerca di espressività.

 

di Francesco Milo Cordeschi

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