IL COLORE VERDE DELLA VITA di Pier Luigi Sposato (2015)

, Opere Prime

il-colore-verde-della-vitaNonostante la giovane età, Elias (Francesco Maccarinelli) ha alle spalle un passato burrascoso: l’assenza del padre fin dai primi anni di vita, l’infanzia giostrata tra una madre depressa e gli assistenti sociali, le prime esperienze con la droga appena adolescente, le rapine nei negozietti al seguito dell’amico Duca (Vincenzo Caldarola). È proprio l’esito di uno di questi colpi a costringere Elias alla fuga. Durante il suo viaggio verso il litorale, incontra Franco (Roberto Rizzoni), ex alcolista e ora operatore di comunità, il quale decide di prendere sotto la propria ala il ragazzo per aiutarlo a riconquistare la libertà e il controllo su una vita che fino a quel momento gli è passata addosso senza sfiorarlo. Raccontato così, sembrerebbe che “Il colore verde della vita” sia un titolo pretenziosamente poetico (anche se io lo adoro), costruito per nascondere un banalissimo romanzo di formazione. E invece no, il titolo già ci dice quanto sia inutile perdersi a discutere sull’originalità della trama, poiché la bellezza reale di questo film sta nelle modalità con cui viene disegnato il cambiamento: non negli eventi, ma in ciò che fa loro da cornice. Sto parlando di quel passaggio, quasi impercettibile, dagli angusti spazi casalinghi a quelli ariosi della fuga; o dell’uso dei colori, Il-Colore-Verde-della-Vita-Francesco-Maccarinelliche da cupi e asettici nelle prime sequenze si scaldano sempre più, infondendo un’agognata pace; aggiungiamo la scelta dei suoni e della musica – su questa ci sarebbe da dilungarsi in chilometrici elenchi di elogi estatici –, che da inquietanti grida di disagio lasciano spazio ad armonie e silenzi, simboli di un recuperato contatto con la vita. A coronare tutto ciò, c’è il personaggio stesso di Elias, trattato con una sensibilità attenta ma discreta, soprattutto per quanto riguarda il suo bisogno di una figura paterna o la sua riscoperta della bellezza insita nelle cose (basta considerare la scena in cui si sdraia sul bagnasciuga dopo la nuotata mattutina, un preludio a quella corsa in versione Tarzan tra gli alberi); il suo passato – e i mostri che lo popolano – viene ricostruito attraverso un uso di flashback/allucinazioni all’inizio un po’ arduo, ma a cui via via lo spettatore viene abituato. Tant’è che questi vengono usati in modo molto concentrato anche per caratterizzare gli altri personaggi, rendendoli così qualcosa di più che semplici sagome di cartone messe lì per provocare nel protagonista dei cambi di direzione. La recitazione, a tratti eccessivamente teatrali, rimane comunque di alto livello. Insomma, Pier Luigi Sposato, alla sua prima prova come regista su un set cinematografico, mette in piedi un perfetto organismo parlante che, con una sincerità sottovoce, infonde speranza e positività.

 

di Cristina Morra

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