LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT di Gabriele Mainetti (2016)

, Opere Prime

Lo chiamavano jeeg robot_opereprime.org1Enzo Ceccotti, ladruncolo di Tor Bella Monaca, cade per errore dentro un barile di scorie radioattive dopo essersi buttato nel Tevere per sfuggire alla polizia. Uscitone indenne, si ritrova il giorno dopo con una forza e una resistenza sovraumane, che decide di impiegare nei suoi furti. La lotta criminale tra gang rivali per il controllo di Roma e la morte di un amico vicino di casa, la cui figlia è fissata con Jeeg Robot, lo porteranno a riconsiderare il valore e lo scopo dei suoi poteri. «Che cos’è un eroe?». Quest’interrogativo apparentemente elementare apre il teaser trailer ufficiale del film. Una domanda cui è molto difficile rispondere o, per lo meno, rispondere in maniera univoca; basti pensare al variopinto panorama di costumi, colori e supercattivi propinato dalle pagine dei fumetti e, più recentemente, dagli studios americani. Un panorama talmente vasto da identificarsi ormai come vero e proprio sistema di “multiversi” (DC, Marvel, per citarne alcuni). Gabriele Mainetti, già attore e regista di cortometraggi di successo internazionale (il suo “Tiger Boy” è stato uno dei 10 cortometraggi finalisti per l’edizione degli Oscar 2014), è consapevole di questa complessità. Tale consapevolezza lo porta a declinare una risposta universalmente condivisibile, prediligendo una soluzione ‘sui generis’, perché in fondo, come suggerisce la stessa voce narrante del trailer, «la verità è un’altra». La sua è una verità più limitata, una verità “all’italiana”. Mainetti cerca infatti di discostarsi il più possibile dagli stereotipi del cine-fumetto americano, sradicandone la struttura narrativa di base per inserirvi un sostrato sociale immediatamente riconducibile a un’ “Italia che non si vede”, quella della vita di periferia e delle lotte intestine per il potere criminale. Enzo non è un eroe tradizionalmente inteso; i suoi superpoteri non vanno a rispecchiare una forza morale interiore pre-esistente, le sue qualità di base non si riconducono al sacrificio o all’altruismo, quanto alla capacità di vendere merce rubata. Scampato alla cattura e uscito sporco dal Tevere, ritorna in uno dei quartieri più malfamati di Roma, nel suo lurido appartamento dove gli unici elementi di arredo sono le confezioni vuote di budino e la quantità industriale di cofanetti pornografici. Quest’accidia egoistica viene smossa da due poli contrapposti. Zingaro, il polo negativo, è un furfantello desideroso di ritagliarsi un ruolo di primo piano nel panorama criminale, quasi la degenerazione più abietta del mondo di cui fa parte lo stesso Enzo. Opposta a lui c’è Alessia, figlia di un Lo chiamavano jeeg robot_opereprime.org2collaboratore abituale e amico di Enzo, ucciso dagli uomini di Zingaro. Alessia è un anomalo polo positivo, una ragazza distaccata dalla realtà degradata in cui vive, al punto da credere di trovarsi nel mondo del suo cartone animato preferito: Jeeg Robot; un’isolata goccia di purezza che inizia poco a poco a contagiare l’ambiente in cui vive Enzo (che lei crede essere in realtà Jeeg Robot sceso sulla Terra per aiutarla). Deciso a prendersi cura di lei, inizialmente più per istinto di attrazione sessuale, tra esplosioni e combattimenti all’inverosimile, Enzo scoprirà di poter diventare l’eroe (o supereroe) in cui l’ambiente naturale in cui è cresciuto gli ha sempre impedito di credere. Nonostante il budget esiguo e inadatto a un progetto del genere, il film ha grandi presupposti nella scrittura, ancora una volta il regista lavora su un soggetto di Nicola Guaglianone, come nella propaganda commerciale. Il debutto di Mainetti al lungometraggio è un tentativo già intrapreso ma mai riuscito da altri prima di lui (si pensi al fallimentare “Ragazzo Invisibile” di Gabriele Salvatores) e, a mio avviso, nemmeno da lui. Il risultato è un ibrido che, a tratti, sembra volersi identificare più come parodia italiana del genere super-eroistico che come vero e proprio tentativo di dar vita a qualcosa di nuovo. Certe scelte, infatti, risultano troppo ricalcate sulla scia di alcuni elementi del sistema hollywoodiano; per fare alcuni esempi, basti riflettere sull’utilizzo di celeberrimi brani italiani durante rocambolesche scene d’azione, forse per fare il verso ai pezzi rock degli equivalenti cinematografici americani, o a quella che sembra essere una recitazione eccessivamente sopra le righe, declinata nello stereotipo macchiettistico cui Marinelli, nonostante premesse interessanti, relega il suo antagonista o nella sventurata ragazza dal passato traumatico interpretata da Ilenia Pastorelli. Un epico combattimento finale allo Stadio Olimpico, durante il derby Roma-Lazio, sembra poi sancire la definitiva ambiguità della duplice interpretazione sopra suggerita, fino a suggerire l’intenzione di indirizzare il prodotto esclusivamente a un pubblico italiano. Se a tutto ciò aggiungiamo la quasi totale assenza di un interessante background con cui dotare il nostro supereroe, ecco che a lui “rimangono solo i superpoteri”. Insomma, “Lo chiamavano Jeeg Robot” non è, come viene presentato, un film sui supereroi, ma un interessante prova che sembra distrarsi troppo durante il percorso. Un freak ben agghindato i cui superpoteri sono rappresentati da sorprendenti effetti speciali, dal trucco e, soprattutto, da una regia fresca e grintosa. Ma, come ci insegnano celeberrimi esempi, ogni supereroe ha la sua kryptonite. Qui la individuiamo in un tentativo che, per gli elementi sopracitati, sembra riuscito solo a metà, lasciandoci però speranzosi verso un cinema ardimentoso, desideroso di essere “altro” nella delicata operazione di ibridazione tra contenuti culturali nostrani a strutture di spettacolarizzazione internazionale.

 

di Tommaso Del Signore

One Comments

  • Peppe 29 / 02 / 2016 Reply

    No vabbè…che dire? finalmente un supereroe in Italia che non scimmiotta gli americani!!!…”Ma tu…chi cazzzzzzo sei???”. Grandi!

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