IL FIGLIO DI SAUL di László Nemes (2015)

il_figlio_di_saul_2_opereprimeSaul è un ebreo prigioniero in un campo di concentramento, nonché membro del sonderkommando, un corpo speciale di ebrei scelti dai nazisti per agevolare le operazioni nei campi. Un giorno, mentre pulisce una camera a gas, vede un ragazzino, sopravvissuto alla “doccia,” venire soffocato a morte da un medico. Convinto che quel ragazzino sia suo figlio, farà tutto il possibile per sottrarlo alla cremazione e seppellirlo con rito ebraico. La storia dell’Olocausto è talmente densa di orrori e infamie da aver fornito miriadi di soggetti per una nutrita cinematografia che, soprattutto negli ultimi vent’anni, ha sfornato celeberrimi esempi: dallo straziante e intimo “Schindler’s List” di Steven Spielberg al nostrano “La vita è bella”, fortunato tentativo con cui Benigni riesce a raccontare il più grande orrore della storia attraverso le armi della satira e dell’ingenuità. László Nemes, regista ungherese dalla lunga formazione scolastica (ha studiato sceneggiatura e regia dal paese natio fino a New York), dopo una serie di cortometraggi di notevole risonanza tra il 2007 e il 2010 (il suo “With a Little Patience” è stato selezionato al Festival del Cinema di Venezia del 2007), ha dedicato ben tre anni alla scrittura di quello che si è rivelato il più sconvolgente debutto cinematografico del nuovo millennio. “Il figlio di Saul” (in lingua originale “Saul fia) è un film struggente, rivoltante (nell’accezione più ‘intestinale’ del termine), privo di pietà quanto forte nella totale assenza di retorica; un film che, con il suo aspect ratio 4:3, prediletto per allontanare qualunque ‘drammatizzazione’ che un formato più cinematografico avrebbe potuto suggerire, e una regia sapientemente giocata su vibranti primi piani a spalla e una dominanza del fuori fuoco, sembra suggerire fin dall’inizio l’impossibilità di concepire una qualche forma di salvezza. Nemes si è lungamente abbuffato della vasta filmografia con tema l’Olocausto, conducendo tra l’altro un lavoro di ricerca presso il “Jerusalem International Film Lab”; è consapevole del fatto che tali eventi sono già stati inquadrati da svariati punti di vista. Per rilanciare questa sfida perpetua, opta per uno svisceramento totale di quei crimini disumani; fin dall’inizio rimane incollato al suo protagonista, veicolo fisico attraverso cui ci vengono presentate, con disarmante tranquillità, le operazioni che vanno dal trasporto dei prigionieri al loro ingresso nelle “docce”. Per tutto il tempo Saul rimane saldo e sicuro al centro dell’inquadratura, con una vuota espressione in volto che sembra suggerirci un’alienazione conseguita alla ripetitività quasi quotidiana di quelle azioni utili allo sterminio di massa,il_figlio_di_saul_3_opereprime mentre gli scenari ad esse relativi vengono solo accennati, in profondità di campo, da un elegante fuori fuoco, forse perché gli sono così familiari da scorrere come un paesaggio quotidiano. In mezzo a quell’ammasso putrescente di carne umana senza vita (Nemes riesce quasi a farci percepire il fetore che emana quella stanza), si leva qualche flebile colpo di tosse, proveniente dal corpo di un ragazzino sopravvissuto al gas e poco dopo ucciso da un medico chiamato ad accertarsi delle sue condizioni. Saul ormai non vede e non sente più niente; si è emotivamente ritirato dalla realtà come un pupazzo meccanico che esegue ordini. Tuttavia, mentre, piegato a terra, sta ripulendo per l’ennesima volta il sangue proveniente dai cadaveri, riesce a sentire quel colpo di tosse, quell’ostinato tentativo di aggrapparsi alla vita. Quel suono così debole risveglia qualcosa in lui, un desiderio che al contempo si prefigura come speranza e redenzione; istantaneamente si convince (o auto-convince) che quel ragazzino sia suo figlio e ritrova uno scopo in mezzo a quel massacro: “salvarlo” dalla cremazione e seppellirlo secondo rito religioso ebraico. Dalle ceneri in cui il campo lo aveva ridotto, questo nuovo scopo riesce a farlo “risorgere” come uomo. Non importa se questa rinascita si basa su una menzogna, un’auto-suggestione, purché risvegli in lui il desiderio di combattere nuovamente per qualcosa. Insieme alla telecamera, fidata e immancabile compagna (Saul è presente in quasi tutte le inquadrature del film), rischia più volte il tutto per tutto, cercando disperatamente tra i prigionieri un rabbino che possa officiare la cerimonia di sepoltura. Questa tenace ricerca viene resa ancor più angosciosa dall’ineluttabilità di un conto alla rovescia: Saul deve riuscire nel suo intento prima che la sua squadra di sonderkommando venga eliminata e sostituita da nuovi prigionieri. “Il figlio di Saul” è un film che sceglie di raccontare una realtà che tutti pensiamo di conoscere ormai alla perfezione, prediligendo una narrazione che smaschera gli ingranaggi più nascosti di quella “catena di montaggio” (il campo di concentramento sembra quasi come un’efficiente fabbrica). Questa scelta si rivela saggia fin dai primi fotogrammi, facendoci sprofondare in quell’orrore che ci appare ancora una volta ‘nuovo’, spazzando via le nostre più recondite difese emotive e lasciandoci inermi di fronte a un meccanismo che vorremmo fermare ma che sembra inarrestabile. Nel suo essere indiscutibilmente un capolavoro, premiato da un Grand Prix a Cannes, da un Golden Globe come miglior film straniero e candidato ai Premi Oscar nella stessa categoria, il primo film di László Nemes non sembra un’opera prima, quanto piuttosto il canto del cigno di un maestro giunto al suo più aggraziato stadio di espressione artistica, tale da renderci entusiasti della brillante carriera iniziata.

 

di Tommaso Del Signore

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