THE PILLS – SEMPRE MEGLIO CHE LAVORARE di L. Vecchi (2016)

, Opere Prime

Luca Vecchi_opereprime.org Luca, Luigi e Matteo hanno fatto una promessa solenne da bambini: che mai nella vita avrebbero lavorato. Sfaccendati, mantenuti e viziati, perseguono la filosofia del cazzeggio sfrenato finché, giunti alla post-adolescenza, si rendono conto di aver bisogno di qualcos’altro. Da acclamate star del web (la loro web-serie “The Pills” è diventata un cult a cui Mediaset ha deciso di concedere spazio televisivo) il trio composto da Luca Vecchi, Luigi Di Capua e Matteo Corradini si sposta dal suo elemento naturale per approdare sul controverso territorio del grande schermo. I presupposti ci sono: la volontà di raccontare uno spaccato sempre più incisivo del nostro paese (una condizione di ‘nulla-facenza’ diffusa tra i cosiddetti post-adolescenti), la grinta di tre ragazzi, forti di un successo inaspettato, e il sostegno di una nutrita schiera di fan, abbastanza fiduciosa nei tre per farsi spaventare dal prezzo del biglietto cinematografico. Devono essere stati questi gli ingredienti su cui Pietro Valsecchi, produttore del film, ha deciso di scommettere la realizzazione di un lungometraggio. Purtroppo tali ingredienti risultano male amalgamati. “The Pills – Sempre meglio che lavorare” conferma molti di quei difetti che l’adattamento di un format specifico comporta nel momento in cui si decide di trasporlo al Cinema (difetti già evidenziati da altri esempi noti, come “I Soliti Idioti” e “Italiano Medio” di Maccio Capatonda). La trama risulta povera di struttura coesiva, riducendosi a un insipido minestrone di situazioni assurde e siparietti debolmente incollati tra loro. Dopo un breve antefatto-flashback, in cui ci vengono mostrati i tre protagonisti da bambini, si ritorna a quel bianco e nero ormai familiare, tipico del soggiorno the_pills_opereprime.org_1più famoso di YouTube Italia, in cui i tre si concedono l’ennesimo momento di cazzeggio, di “passiva riflessione”, l’ennesima tazzina di caffè. Da questo momento prendono via le peripezie che ciascuno dei tre protagonisti affronterà nel corso di una propria crisi personale: Luca si sente perseguitato dai “bangladini”, di cui ammira il lavoro sedentario; Luigi è in preda a una crisi di mezz’età anticipata, tale da spingerlo a occupare un liceo insieme ad altri adolescenti; Matteo sente il richiamo delle responsabilità, soprattutto dopo che il padre ha declinato il lavoro da idraulico per l’invitante piattaforma di Instagram, sulla quale pubblica continuamente foto insulse. Lo ‘stallo alla messicana’ dell’età pre-adulta, lo stesso gioco che facevano da bambini, viene messo a dura prova da tutto il resto, ciò che sta fuori, perché forse, fuori dal silenzioso e rassicurante soggiorno in bianco e nero, c’è qualcos’altro. Dopo l’esperienza come sceneggiatore, attore e produttore esecutivo di “Vittima degli eventi”, esperimento ancora a metà tra web e cinema, Luca Vecchi decide di farne tesoro e vestire i panni di regista per un film che rimane troppo legato alla terra natia del web, troppo ancorato a quelle scenette autoconclusive che aiutavano a distrarci con qualche minuto del nostro tempo. Qualche minuto, appunto, non 86’. Sfortunatamente per lui il grande schermo è un arbitro crudele, di sicuro meno clemente della più agile finestra internet; un giudice che non vede di buon occhio l’abuso sconsiderato di citazioni spesso inserite a caso (il ricorso a Tarantino e la scelta di inserire Giancarlo Esposito come “maestro zen” dell’arte del “bangladino” lasciano interdetti). Per riassumerla con una metafora, viene in mente una prescrizione medica: una “pillola” al giorno dopo i pasti, l’abuso può provocare confusione e sonnolenza.

 

di Tommaso Del Signore

 

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