SMETTO QUANDO VOGLIO di Sydney Sibilia (2014)

, Grandi Esordi

Smetto_quando_voglioDopo essere stato licenziato a causa dell’incompetenza di un inetto supervisore, Pietro, ricercatore neurobiologo, rimane con poche alternative: arrendersi alla dura realtà dei fatti, tirando a campare con qualsivoglia lavoro di manovalanza, o entrare nella malavita. Scoperta l’esistenza di una molecola non ancora censita come illegale dal Ministero della Salute, decide di sfruttare le sue nozioni per mettere a punto una nuova droga; il tutto non prima di aver istituito una vera e propria banda, formata dai migliori accademici di sua conoscenza: un antropologo disposto finora a rinunciare ai suoi titoli pur di lavorare in un’officina, due latinisti pagati a nero presso un distributore di benzina, un chimico che fa il lavapiatti in un ristorante cinese, un economista ridotto a utilizzare le sue conoscenze per cercare una vincita a poker, un archeologo sfruttato e malpagato dall’università per cui lavora e un antropologo alla disperata ricerca di un lavoro presso uno sfasciacarrozze.smetto quando voglio opereprime.org «O sei roso dai morsi della coscienza o da quelli della fame» diceva Totò ne “La banda degli onesti” (1956). La prima fatica di Sydney Sibilia, già autore di cortometraggi di successo (Noemi, Oggi gira così, ecc.) è un’originale parabola sulla precarietà giovanile, che trova come suo apice il 2010: anno dei grandi tagli alla ricerca dell’ultimo governo Berlusconi e delle manifestazioni studentesche. È stato anche l’anno in cui sarebbe bastata una rapida letta ad un quotidiano per leggere articoli dal titolo: “Quei netturbini con la laurea da 110 e lode”; inutile dire quanto due giovani spazzini, presi a discutere di fondamenti filosofici, potessero prestarsi ad un “siparietto” tanto cinico quanto spassoso. Ironia vuole che fosse proprio questo il preludio a una delle commedie più brillanti degli ultimi anni, almeno per quanto concerne il panorama nostrano, figlio anche di un’ interessante collaborazione tra la nota casa di produzione Fandango e il giovanissimo produttore Matteo Rovere: se da un lato sfrutta sapientemente i noti codici della commedia all’italiana, basata su vizi e sciagure del ceto medio-basso, dall’altro riesce a sfruttare citazioni d’oltreoceano senza mai superare il limite (dalla serie televisiva “Breaking Bad”, a “Ocean’s eleven”). Una fotografia dalla color correction molto acida è segno manifesto di quest’ultimo intento. Non mancano momenti surreali e spiritosi, che nulla hanno da invidiare ad una messa in scena che richiama a Monicelli e al contestuale “gioco degli equivoci” (la scena della rapina alla farmacia è oltremodo esilarante); il tutto per compensare le lacune di un finale forse un po’ frettoloso, ma certamente appropriato.

 

di Francesco Milo Cordeschi

 

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