BANANA di Andrea Jublin (2015)

, Opere Prime

banana 1 opere prime roadBanana è un ragazzino che si muove nel mondo secondo la filosofia del calcio brasiliano: lanciandosi in attacco e rischiando il tutto per tutto per raggiungere la felicità. Questa continua ricerca diventa una missione nel momento in cui decide di impegnarsi anima e corpo per aiutare Jessica, compagna di classe di cui è innamorato, a superare un‘interrogazione di italiano contro l’insegnante più temuta della scuola, evitandole così una bocciatura sicura.

Formatosi a Genova come attore, Andrea Jublin ha goduto di una proficua carriera in ambito cinematografico come autore di cortometraggi (ricordiamo la nomination come miglior cortometraggio ai Premi Oscar 2008) prima di decidere di avventurarsi, nella realizzazione di un lungometraggio, con questa favola piena di colori e dal retrogusto amaro. Il suo protagonista non ha particolari doti; anzi, non ne ha nessuna. Fin da subito ci abituiamo a identificarlo con un suo difetto: il soprannome deriva dai suoi caratteristici ‘piedi a banana’, per colpa dei quali tira sempre il pallone fuori campo. Banana è lo stereotipo dello “sfigato”, il perdente per antonomasia. Qualunque sia il “campo” su cui gioca, che si tratti della scuola, del suo fisico, dell’amore (la ragazza che ama lo usa solo per non bocciare) o del vero e proprio campo da calcio, finisce inevitabilmente per fallire. La sua forza non sta nel risultato, ma nell’instancabile determinazione. Vuole vivere seguendo le regole della sua filosofia, di cui porta sempre e fieramente addosso l’uniforme (la maglietta della nazionale brasiliana), ma raggiungere lo scopo non è facile, soprattutto in un mondo in cui tutti si fanno portatori di un frustrante carico di disillusioni. La madre, che all’inizio sembra voler ancora credere di vivere per qualcosa di bello, viene più volte mortificata dalla stasi sessuale del marito, un goffo padre di famiglia alienato tra news di giornale e bollette da pagare. La sorella neo-laureata lotta per non dover abbandonare i suoi sogni; Gianni, ex fidanzato di lei (interpretato dallo stesso Jublin), si abitua poco a poco al claustrofobico palcoscenico di un laboratorio teatrale per bambini. La professoressa Colonna è divenuta talmente cinica verso gli altri da sopportare ormai solo la “presenza di se stessa”. Banana è il più colorato tra tutti i personaggi, l’unico che si lanci con decisione all’attacco senza rassegnarsi, come hanno fatto gli altri, alla difesa: in difesa si ritrova sicurezza, ma non ci sono ‘grandi cose’.
Banana è “il più brasiliano di tutti”.

banana 3 opere prime roadIn questo panorama complessivamente grigio, egli si sforza di aggiungere al tutto un po’ di colore, avventurandosi in una simbolica “missione”: aiutare Jessica a non bocciare. Quest’ultima, dal canto suo, diventa via via cosciente che non c’è niente che non “faccia schifo”; in lei il colore, messo a dura prova dal nervosismo del padre, proprietario di un bar scadente, rischia di spegnersi definitivamente. Forse solo Banana può impedire che ciò accada. Forse solo lui, forte della sua volontà, può salvare gli altri da una “vita in difesa”. Ma, del resto, abbiamo imparato che con lui non conta il risultato, purché la sua determinazione non cessi di spingerlo.

Se si dovesse individuare un momento del film in cui si avverte la presenza del regista in prima persona, potremmo far ricadere la scelta sulla soggettiva in cui, seduti sulla bicicletta di Banana, il ragazzino spiega a Jessica la filosofia del calcio brasiliano, fatto di cuore e fantasia. La camera rimane fissa sul cielo sereno, lasciandoci immaginare scenari più coloriti, mentre sotto percepiamo lo scorrere sonoro della quotidianità di cui, nostro malgrado, facciamo parte.

Con quest’opera prima Jublin si dimostra affine a quelle storie che, tese a cercare un bagliore nel tetro e grigio mondo della consuetudine, alternano lo sguardo “vergine” e inconsapevole dei bambini a quello disilluso degli adulti. Nell’osservare ciò, non si può non constatare in lui un’abilità insita nel saper bilanciare i momenti di innocente ironia, veicolati dalle fantasie a occhi aperti di Banana quanto dai suoi catastrofici sogni, a quelli in cui la consapevolezza degli adulti ci spinge a una fredda presa di coscienza. Jublin è perfettamente consapevole del rischio di raccontare tutto ciò nel contesto italiano, per questo decide di rinunciare agli strumenti registici immediatamente riconducibili a questo tipo di storia, prediligendo la camera a mano e le panoramiche a schiaffo come cifre stilistiche del nostro fare cinema contemporaneo.

 

di Tommaso Del Signore

 

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